La moto Honda nella strage di via fani - Il caso Moro
La testimonianza più dettagliata su questa moto Honda è sicuramente quella dell'ingegner Alessandro Marini, il testimone chiave di via fani. Marini quella mattina venne a trovarsi proprio in prossimità dell'incrocio tra via Fani e via Stresa e vide tutta la scena dell'aggauto. Vide poi una motocicletta di grossa cilindrata con a bordo due persone seguire la Fiat 132 in fuga in via Stresa sulla quale era stato caricato Aldo Moro. Marini fu interrogato alle 10 e 15 del 16 marzo. Il conducente della moto, disse, era un giovane di 20, 22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò “l’immagine dell’attore Eduardo De Filippo“. Dietro, vi stava seduto un uomo che portava un passamontagna scuro o forse un sottocasco. Questo secondo individuo poi, a detta di Marini, esplose alcuni colpi di mitra nella direzione dell’ingegnere perdendo poi il caricatore che cadde dal piccolo mitra durante la fuga. Marini disse anche che poteva essere stato questa seconda persona ad abbattere Raffaele Iozzino, uno dei componenti della scorta di Moro, durante la sparatoria perché vide che anche chi sparò a Iozzino aveva il volto coperto da un passamontagna. Nel 2014 arriva l'ipotesi più clamorosa. I due passeggeri della Honda sarebbero stati due appartenenti ai servizi segreti che quella mattina avevano il compito di proteggere le brigate rosse nella loro azione. Tutto partì da una lettera anonima inviata nell'ottobre 2009 a un noto quotidiano nazionale, scritta da qualcuno che raccontava di essere il passeggero che stava sul sellino posteriore della moto vista in via Fani quando fu rapito Moro. L'anonimo raccontava nella lettera che quella mattina si trovava in via fani su di una moto. Alla guida di questa moto c'era un'altra persona che come lui proveniva da Torino. Disse che quella mattina operarono alle dipendenze del colonnello Guglielmi e che il loro compito era proteggere le Brigate Rosse nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. L'anonimo fornì poi nella lettera degli elementi per rintracciare il guidatore della Honda specificando che non ne conosceva il nome e che da allora non si erano più parlati. La lettera arrivò quindi sul tavolo dell'antiterrorismo nel febbraio del 2011 che si mosse subito per rintracciare il conducente della moto che venne subito individuato. Fu identificato in un uomo, alto un metro e 90, calvo e con i baffi, che viveva a Bra in provincia di Cuneo, e che si chiamava Antonio Fissore. Sarebbe lui l'uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L'altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Viene avviato un accertamento nella casa in cui vive con la moglie ma lui non c'è, non vive più lì perché è separato. L'uomo ha due pistole regolarmente dichiarate che vengono ritrovate in quella casa. Una è una Beretta e l'altra è una pistola particolare che verrà ritrovata nella cantina. Si tratta di una Drulov, una pistola di fabbricazione cecoslovacca, una pistola a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Nella cantina, accanto a questa seconda pistola, viene rinvenuta anche una copia cellofanata della edizione straordinaria della Repubblica del 16 marzo con il titolo 'Moro rapito dalle Brigate Rosse'. Poi una busta con un foglio dell’ex parlamentare dc Franco Mazzola, nel ’78 sottosegretario alla Difesa, ritenuto uno dei depositari dei segreti del caso Moro. Chi indaga pensa di aver imboccato la strada giusta ma poi, a suo dire, iniziò ad essere fortemente ostacolato nell'indagine: chiese di interrogare l'uomo che in quel periodo viveva in Toscana con un'altra donna ma non gli fu permesso. Chiese poi di far periziare le due pistole ma anche qui niente. Antonio Fissore morì poi poco dopo a causa di un infarto. Le due pistole sarebbero state distrutte. Anche questa pista, per quanto suggestiva, finì nel nulla.
La testimonianza più dettagliata su questa moto Honda è sicuramente quella dell'ingegner Alessandro Marini, il testimone chiave di via fani. Marini quella mattina venne a trovarsi proprio in prossimità dell'incrocio tra via Fani e via Stresa e vide tutta la scena dell'aggauto. Vide poi una motocicletta di grossa cilindrata con a bordo due persone seguire la Fiat 132 in fuga in via Stresa sulla quale era stato caricato Aldo Moro. Marini fu interrogato alle 10 e 15 del 16 marzo. Il conducente della moto, disse, era un giovane di 20, 22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò “l’immagine dell’attore Eduardo De Filippo“. Dietro, vi stava seduto un uomo che portava un passamontagna scuro o forse un sottocasco. Questo secondo individuo poi, a detta di Marini, esplose alcuni colpi di mitra nella direzione dell’ingegnere perdendo poi il caricatore che cadde dal piccolo mitra durante la fuga. Marini disse anche che poteva essere stato questa seconda persona ad abbattere Raffaele Iozzino, uno dei componenti della scorta di Moro, durante la sparatoria perché vide che anche chi sparò a Iozzino aveva il volto coperto da un passamontagna. Nel 2014 arriva l'ipotesi più clamorosa. I due passeggeri della Honda sarebbero stati due appartenenti ai servizi segreti che quella mattina avevano il compito di proteggere le brigate rosse nella loro azione. Tutto partì da una lettera anonima inviata nell'ottobre 2009 a un noto quotidiano nazionale, scritta da qualcuno che raccontava di essere il passeggero che stava sul sellino posteriore della moto vista in via Fani quando fu rapito Moro. L'anonimo raccontava nella lettera che quella mattina si trovava in via fani su di una moto. Alla guida di questa moto c'era un'altra persona che come lui proveniva da Torino. Disse che quella mattina operarono alle dipendenze del colonnello Guglielmi e che il loro compito era proteggere le Brigate Rosse nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. L'anonimo fornì poi nella lettera degli elementi per rintracciare il guidatore della Honda specificando che non ne conosceva il nome e che da allora non si erano più parlati. La lettera arrivò quindi sul tavolo dell'antiterrorismo nel febbraio del 2011 che si mosse subito per rintracciare il conducente della moto che venne subito individuato. Fu identificato in un uomo, alto un metro e 90, calvo e con i baffi, che viveva a Bra in provincia di Cuneo, e che si chiamava Antonio Fissore. Sarebbe lui l'uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L'altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Viene avviato un accertamento nella casa in cui vive con la moglie ma lui non c'è, non vive più lì perché è separato. L'uomo ha due pistole regolarmente dichiarate che vengono ritrovate in quella casa. Una è una Beretta e l'altra è una pistola particolare che verrà ritrovata nella cantina. Si tratta di una Drulov, una pistola di fabbricazione cecoslovacca, una pistola a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice. Nella cantina, accanto a questa seconda pistola, viene rinvenuta anche una copia cellofanata della edizione straordinaria della Repubblica del 16 marzo con il titolo 'Moro rapito dalle Brigate Rosse'. Poi una busta con un foglio dell’ex parlamentare dc Franco Mazzola, nel ’78 sottosegretario alla Difesa, ritenuto uno dei depositari dei segreti del caso Moro. Chi indaga pensa di aver imboccato la strada giusta ma poi, a suo dire, iniziò ad essere fortemente ostacolato nell'indagine: chiese di interrogare l'uomo che in quel periodo viveva in Toscana con un'altra donna ma non gli fu permesso. Chiese poi di far periziare le due pistole ma anche qui niente. Antonio Fissore morì poi poco dopo a causa di un infarto. Le due pistole sarebbero state distrutte. Anche questa pista, per quanto suggestiva, finì nel nulla.